Monetizzazione dei contenuti: 3 errori da evitare

25 Ottobre 2023

L’esplosione dei social media ha stravolto e rivoluzionato totalmente tutto il mondo della comunicazione che, passando dai canali tradizionali a quelli digitali, si è trovata a dover cambiare linguaggio, tempi delle notizie e modalità di guadagno, che oggi, per chi sfrutta i canali social, arriva attraverso la monetizzazione dei contenuti.

In pochi anni siamo stati testimoni di un passaggio molto rapido tra vari modi e canali di comunicazione diversi. I blog online hanno fatto da apripista ad un nuovo modo di comunicare, di informarsi e di apprendere nozioni, aprendo anche all’opportunità di generare guadagni attraverso contenuti web autoprodotti.

Oggi, considerando la varietà di piattaforme esistenti, come Instagram, YouTube, Tik Tok, l’opportunità di monetizzazione dei contenuti non è mai stata così grande, sfruttando Internet pubblicare e diffondere esperienze personali, interviste o nozioni di vario tipo.

Dagli amanti del cibo, agli imprenditori, agli scienziati, finanche a personalità politiche, i nuovi content publisher si moltiplicano ogni giorno, attraverso piattaforme video, blog e social media. Insomma, dove c’è un pubblico interessato ad un argomento, c’è un autore pronto alla monetizzazione dei contenuti.

In genere, questi creator vengono chiamati influencer. Tuttavia, chiunque può creare contenuti, diffondendoli tramite piattaforme web e poi monetizzando collaborando con brand interessati al messaggio proposto e al target di riferimento.

Vediamo, allora, come generare una monetizzazione dei contenuti e quali sono gli errori da evitare.

Come funziona la monetizzazione dei contenuti

Quando tiriamo in ballo il termine influencer, in genere tendiamo ad associarlo a enormi schiere di un follower e ad una community piuttosto folta. Questa, però, è una visione molto riduttiva e, spesso, avere tanti follower e non è necessariamente sinonimo di qualità.

Negli ultimi tempi molti brand si sono resi conto che avere un pubblico circoscritto e attivo, incline alla partecipazione, è più funzionale nel generare conversioni rispetto a un grande numero di seguaci inattivi.

In ogni caso, la parte fondamentale sta proprio nel contenuto che deve essere d’ispirazione per il pubblico a cui si rivolge e deve essere in grado di informare correttamente il target di riferimento.

I content publisher, o content creator, cioè coloro che pubblicano contenuti su Internet, inclusi gli influencer, possono monetizzare i loro post accordandosi con i brand, attraverso 2 metodi principali:

  • Post sponsorizzati: che è anche il metodo di monetizzazione dei contenuti più comune e comporta il pagamento di un compenso fisso per la pubblicazione di contenuti brandizzati. Tuttavia, proprio come accade per cartelloni pubblicitari o spot televisivi, i post sponsorizzati non permettono di sapere quanto sarà efficace l’annuncio;
  • Performance: diversamente, i metodi basati sulle performance prevedono un piano compensi basato su commissioni. Il publisher riceve una percentuale sulle vendite o un incentivo quando l’utente compie determinate azioni, come registrazione via mail, abbonamenti o download di app, ecc. Questo modello di monetizzazione dei contenuti strettamente associato all’affiliate marketing.

In genere, il secondo metodo di monetizzazione dei contenuti è quello preferito dai brand per vari motivi, tra cui il fatto che permette alle aziende di investire su un content senza il rischio di perdere denaro.

Tuttavia, anche per chi crea contenuti esiste un forte vantaggio commerciale nell’adozione di un metodo basato sulle performance poiché si generano più opportunità di lavoro, si creano guadagni continuativi e a lungo termine e c’è la possibilità di analizzare le performance dei contenuti e capire quali sono quelli che generano più interesse.

Misurazione delle performance e authenticity

Nel momento in cui è nato il concetto stesso di monetizzazione dei contenuti, è sorto anche un problema di natura etica e legislativa ovvero: i contenuti sponsorizzati sono autentici?

In questo meccanismo le aziende si rivolgono ai creatori di contenuti chiedendo loro di fornire al pubblico informazioni sul brand, aiutando i potenziali clienti a prendere decisioni di acquisto consapevoli. Tuttavia, nel momento in cui un creator fornisce queste informazioni dietro guadagno, queste potrebbero essere influenzate e non del tutto autentiche.

Per tale motivo, l’introduzione delle normative sulla materia ha disposto che venga resa nota la presenza di una partnership, in modo da informare gli utenti che si tratta di contenuti retribuiti.

Malgrado l’opinione comune, la monetizzazione dei contenuti non è sinonimo di inautenticità. I creator, infatti, sono fortemente impegnati a fornire un’esperienza autentica ed un’opinione schietta per vari motivi, tra quel fatto che fornire informazioni fuorvianti è altamente controproducente.

Il digital marketing, compreso il social media marketing si basa su valori sani e il concetto di trasparenza e authenticity. I creator devono stabilire un legame reale con il pubblico di riferimento, che sia anche coinvolgente dal punto di vista emotivo e, tradire questi ideali per un guadagno diventa controproducente nel lungo periodo.

3 errori da evitare nella monetizzazione dei contenuti

Considerando quanto detto all’inizio di questo articolo, ovvero che i creator continuano a moltiplicarsi ogni giorno e che i guadagni principali arrivano dalla monetizzazione dei contenuti, si è venuta a creare un’enorme concorrenza per attrarre l’attenzione dei brand e continuare a crescere.

In più, abbiamo già visto come avere un alto numero di follower non sia sinonimo di qualità e non è più un fattore discriminante per essere scelti da un brand. Per questo motivo, al fine di riuscire a generare una monetizzazione dei contenuti valida, è necessario operare nel migliore dei modi e convincere le aziende ad investire sul proprio prodotto.

A tal proposito è necessario evitare 3 errori molto frequenti.

Media kit e vanity metrics

Molti content creator, in particolare gli influencer, offrono alle aziende un media kit, una specie di portfolio dei numeri generati dal profilo del creator basato sulle cosiddette vanity metrics.

Le vanity metrics sono elementi come la media dei like su un post, il livello medio di engagement, il numero di follower, le impression e i clic della pagina. In realtà, questi dati sono utili al publisher per comprendere il suo posizionamento nel settore ma non advertiser.

Difatti, quest’ultimo ha necessità di conoscere il rendimento di un investimento pubblicitario, in base ai dati qualitativi e quantitativi sulle performance. Nel momento in cui un publisher non fornisce parametri chiari, limita automaticamente il potenziale della sua attività.

È sempre bene ricordarsi che i dati ricercati dagli advertiser sono:

  • Click through rate medio
  • Tasso medio di conversione
  • Dati demografici dell’audience
  • Interessi del pubblico o affinità con altri brand

Quindi, se si vuole offrire alle aziende un media kit, è necessario ricordarsi di puntare su questi dati e non sulle vanity metrics.

Definirsi influencer

Il secondo errore molto frequente commesso dai creatori di contenuti è quello di definirsi influencer o affiliate marketer, o cose simili.

Indubbiamente il termine influencer suona molto più cool rispetto a content creator che guadagna attraverso la monetizzazione dei contenuti. Tuttavia, il termine influencer indica che il publisher adotta solo un particolare modello di monetizzazione (post sponsorizzati), e ciò può rappresentare un grosso limite per le aziende.

In linea di massima, però, alle aziende non interessa se un soggetto è un’influencer, un affiliate marketer, un content creator qualcosa di simile, alle aziende interessa il valore del contenuto postato sul canale di comunicazione. Più il contenuto è valido, reale, istruttivo, stimolante, ispirante per il pubblico di riferimento, più un publisher diventa prezioso per un’azienda.

Limitazioni sul modello di monetizzazione

Tutto ciò che un advertiser vuole davvero sapere è se raggiungere i propri obiettivi investendo su un content creator.

Negli ultimi tempi, gli advertiser sono orientati sempre di più verso modelli simili all’affiliazione, che consente di retribuire i publisher solo al raggiungimento dell’azione desiderata.

Sebbene la maggior parte dei publisher sia riluttante ad accettare questo modello di monetizzazione dei contenuti, preferendo i post sponsorizzati a commissione fissa, ritenendolo un metodo di guadagno molto più sicuro e stabile, è importante valutare anche altre forme di retribuzione senza porre limiti di sorta.

Questo, aumenterà ancora di più le possibilità di ricevere una richiesta di partnership da parte dei brand, anche quelli che utilizzano come metodo di monetizzazione dei contenuti le performance.

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